lancio il mio sassolino

9:53 PM


Un libro che ho letto qualche mese fa.

Un pugno nello stomaco.

A distanza di tempo mi aiuta ancora a riflettere e mi ha fatto conoscere una realta' del tutto sconosciuta ai miei occhi.Un realta' di cui si parla pochissimo, forse perche' sarebbe troppo scomodo portare a galla queste terrificanti verita' ?!?

Mi cresce una gran rabbia dentro ripensando a quello che ho letto e leggendo gli articoli sui quotidiani che in questi giorni parlano di Algeria, Libia, Egitto e Tunisia.

Rabbia, perche' non riesco a comprendere come sia possibile che in un paese come il nostro, esistano realta' come il centro di Lampedusa, che definirei senza mezzi termini un vero e proprio campo di concentramento moderno. Rabbia perche' non capisco come sia possibile che l'animo umano generi tanta cattiveria verso il suo prossimo. Rabbia nel vedere uomini che vengono uccisi perche' credono in un futuro migliore e cercano di costruirlo . Rabbia perche' in tanti vorremo cambiare le cose, ma da dove iniziare?

Sicuramente Fabrizio Gatti ha fatto il primo grande passo con tanto coraggio e ci sta aiutando ad aprire gli occhi, perche' dopo aver letto questo libro non si riesce a restare indifferenti, a vivere pensando " tanto non mi riguarda ".

Ho il timore che questo gigantesco sasso che e' stato lanciato, resti li' abbandonato e con il tempo tutto venga dimenticato dopo lo scalpore iniziale.

D'altronde i politici che ci rappresentano in tutto il mondo e che sarebbero gli unici in grando di stravolgere completamente le cose, sono attanagliati da problemi molto piu' gravi. Poverini !!!

Al di la' del credo politico di ognuno di noi mi sembra evidente che chi davvero vorrebbe lavorare per il bene comune sia offuscato da chi, invece, pensa ai propri interessi e purtroppo questa seconda categoria e' molto piu' ampia.

Non possiamo piu' nasconderci dietro alla bella maschera che ci siamo costruiti , abbiamo il dovere di far conoscere questo schifo che si annida nel cuore di un'Europa ipocrita.

  • Recensione

Questa recensione e' quella che, aparer mio, riassume meglio di cosa parla il libro e i pensieri che mi ha suscitato. L'ho presa da qui .

Il problema degli immigrati clandestini ci tocca da vicino, eppure, per la maggior parte del tempo, ci sembra così lontano. Guardiamo il lavavetri, il “vu cumprà”, l’operaio quasi certamente non in regola che lavora nel cantiere a due passi da casa nostra, e la nostra reazione può essere di pena o di disappunto, ma mai ci fermiamo a domandarci quali problemi li abbiano spinti a lasciare la loro patria e quasi sempre la loro famiglia, quali difficoltà abbiano incontrato per arrivare fin qui e quali debbano ancora affrontare per andare avanti ogni giorno.

Ognuno di noi può avere la propria idea, certamente degna di rispetto, sul perché e sul percome; qualcuno penserà che il rimandare queste persone da dove sono venute sia un semplice lavarsene le mani, altri penseranno che si tratti di una legittima forma di autoprotezione. Quello che comunque è certo è che negli occhi di quasi tutti questi stranieri c’è una storia di disperazione, una scelta obbligata fra due destini entrambi ad alto rischio, una muta richiesta di aiuto.

Fabrizio Gatti, giornalista, idee di sinistra ma poca fiducia nella classe politica in generale, ha voluto andare a fondo in questo problema. Di persona. E lo ha fatto in varie riprese e con varie modalità, ma sempre con un grande coraggio ed un’instancabile volontà di parlare con gente di ogni tipo e di documentare tutto ciò che è venuto a sapere.

La prima inchiesta parte da Dakar e segue la rotta degli immigrati clandestini attraverso il deserto, passando da Agadez, fino a Dirkou, “l’inferno di Dirkou”, il luogo dove gli immigrati si fermano per giorni, mesi, anni sperando di poter un giorno continuare il loro viaggio.

Gatti si presenta come un “turista” italiano che vuole fare “il viaggio della sua vita” attraversando il deserto, su rotte impossibili da seguire usando le solite agenzie di viaggio.

Nel suo cammino conosce persone di varie nazionalità, stringe amicizie, viaggia stipato nei camion in condizioni igieniche al limite della sopravvivenza, viene in contatto con persone di grande umanità e con altre che non hanno il minimo scrupolo.

Storie di famiglie lasciate a casa e quasi impossibili da contattare, di paesi in guerra dove i civili vengono decimati e le loro case razziate e della speranza in un futuro migliore si scontrano con la realtà della pericolosità dell’attraversare il deserto, dove una gomma bucata può essere fatale, delle percosse e delle estorsioni da parte degli agenti ad ogni posto di blocco, dell’enorme difficoltà di imbarcarsi per affrontare il pericolo del mare.

Rientrato in Italia, Gatti riceve varie e-mail da due amici liberiani, che gli raccontano le loro difficoltà nel lasciare l’Africa, nonostante abbiano tutti i documenti in regola e persino un invito ufficiale per partecipare ad un congresso in Slovenia.

La sua partecipazione alle sofferenze degli ex compagni di viaggio e la sua sete di verità lo spingono a continuare la sua inchiesta.

Trasformatosi in Bilal, clandestino di origine curda, si fa rinchiudere nel centro immigrazione di Lampedusa, dove scopre le condizioni inumane in cui sono tenuti i clandestini ed il trattamento che ricevono da alcuni agenti, ma anche il fatto che coloro che vengono liberati, sebbene venga loro indicato che devono lasciare l’Italia entro 10 giorni, in realtà non subiscono alcun controllo e possono sparire.

La parte successiva dell’inchiesta, sempre nei panni di Bilal, stavolta nelle campagne pugliesi per la raccolta dei pomodori, porta alla scoperta dell’esistenza di una rete di sfruttamento dei clandestini che si fa beffe della legge, anzi la usa come deterrente per tenere in proprio potere chi sa che se si ribellasse verrebbe rispedito al proprio Paese.

Infine Gatti ritorna a Dirkou e scopre quanto il “giro di vite” dell’Italia verso l’immigrazione dalla Libia abbia cambiato la situazione e costretto un numero incredibile di immigrati alla permanenza forzata senza possibilità d’uscita.

I suoi amici liberiani infine riusciranno a riabbracciare le loro famiglie, rinunciando al sogno dell’emigrazione: ma quanti sono stati fortunati come loro?

Si può non essere d’accordo con la posizione politica di Gatti, si può essere addirittura irritati dalle sue critiche al vetriolo ai vari esponenti del governo, ma sicuramente un’indagine vera e scioccante come questa non può assolutamente lasciare indifferenti. Al di là dei vari pareri e della ricerca delle colpe e delle responsabilità, la consapevolezza di quello che sta succedendo e la riflessione personale, così come le eventuali discussioni, che partiranno dalla lettura di questo libro costituiranno comunque un’occasione di apertura mentale ed arricchimento personale. E forse la prossima volta guarderemo con occhi diversi il lavavetri al semaforo.


  • Estratto dal libro

Dirkou. " Appare una striscia verde oltre i cordoni di dune ocra. Dirkou, l’oasi degli schiavi, se ne sta accovacciata a perdita d’occhio, sotto una parete di montagne piatte. Il colore dell’argilla dipinge le case di rosa. Il resto è un mondo di sabbia. Sembra di atterrare. Per mezz’ora si scende dal pendio di una duna gigantesca. Il camion gira a sinistra ed entra in uno spiazzo di deserto recintato da pali e filo di ferro. Arrivano altri soldati armati. Gridano ordini incomprensibili, forse in hausa. I passeggeri scesi per primi devono inginocchiarsi sulla sabbia e mettere le mani sulla testa. Basta fare come loro. Veniamo allineati in cinque file davanti al camion. Daniel e Stephen si inginocchiano nella fila accanto. Hanno la faccia stravolta, smagrita, impolverata. Nessuno parla. Un soldato obbliga tre ragazzi a seguirlo dentro una piccola baracca. Ricomincia la rapina. Il sibilo dei colpi e il lamento dei tre rompe il silenzio. Il sibilo soprattutto. È quello caratteristico dei tubi di gomma e dei grossi cavi elettrici usati come fruste. Non si butta via niente nel Sahara. Il loro soffio attraversa l’aria come una pennellata messa lì a rendere più efficace il disegno. Chiudi gli occhi. Aspetti il tonfo finale e quel lamento appena pronunciato . "

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